dissabte, 12 de gener de 2008

Maria

Maria

Maria non pesta i piedi degli altri
perché Maria è una bionda selvaggia
che venne dall'isola di Sicilia a
compiere il suo dovere maritale.
Maria fa oggi ventisette anni compiuti
e nel suo animo girondoloso c'è molto
vento e molto orgoglio accigliato.
Quando ero nella mia Sicilia ogni
giorno mi lavavo i capelli che ho
bellissimi e poi li stendevo sulla
finestra per essere baciati dal sole
e chi passava diceva: onore alla bellezza!
Ma io cantavo per la gloria mia e
non volevo né maestri né dottori,
volevo sposare Dio in persona per
ricoprire le sue nudità con la mia capigliatura.
Ma anziché Dio venne il diavolo in
forma di tappezziere e voleva che
diventavo tappezziera e cucivo il
feltro e mi bucavo le dita coi suoi
aghi mortali. C'erano delle rose
nei suoi occhi e quando rideva fiorivano
allegramente, ma io non sono traditora,
e l'ho mandato via dicendo: diavolo
scatenato, anche se odori di rosa,
hai l'anima di porco e tu non sei
affatto degno dei miei capelli d'oro.
Mia madre la santa pecorara è morta
come una vipera schiacciata sulla
testa dalla ruota più grande di un
autocarro americano. Mio padre che
è schizzinoso non volle pia mangiare.
Piangeva, ma no con gli occhi, dentro
i pantaloni, diventava magro di dolore
che perfino le galline gli beccavano
sulle scarpe senza rispetto e i vicini
lo adducevano malamente. Finalmente
lavorai nei servizi e mangiavo pane
e fiele per l'orgoglio mio che supplicava.
Potevo servire Dio, non gli usurai di Palermo
nelle loro famiglie ammantate di cannella.
L'orgoglio mio nasceva nei capelli che
a crocchia o a treccia scoppiavano sempre
come stelle filanti e al mercato dicevano:
guarda Maria la fata come si inzeppa
e morirà scannata. Proprio in quei
giorni il mio padrone salì nella
camera per impossessarmi e io non
volendo andò a spiaccicare il seme
suo sui vetri della finestra chiusa
con bestemmie d'amore e di struggimenti.
Il giorno dopo venne su la padrona
e mi disse: spogliati Maria che
voglio confrontare il tuo corpo con
il mio. Mi spogliai per ubbidienza
e perché io pensai che le donne non
hanno malintenzionamento del sesso.
E invece quanno fummo spogliate
la bella orchidea mi toccò il petto
con le mani e mi disse: guarda questo
è miele di Dio, strisciando un dito
lungo la dolcezza del mio ventre.
Pregai il Signore in ginocchio
piangendo e scappai via di casa la
mattina dopo con un sacco bianco
di penitenza pieno di gioielli e
argenteria trafugata: forse fu il
diavolo forse fu il Signore, non
lo seppi allora e non lo so ancora,
mi disse in un orecchio: porta via
ogni bene loro per punizione, Maria per
punizione della loro lubricità. Vissi
di nascosto da una amica a Marsala. vendetti
pezzo a pezzo tutte le mie ricchezze
guadagnate col disprezzo della lussuria.
La sera al tramonto mi lavavo i capelli
e li stendevo al balcone, goccia a goccia
perché tutti dicessero: Maria la bella!
Ma Marsala è lenta e sciocca e nessuno
mi guardava né mi parlava e la mia amica
poi morì di crepacuore per un
cretino dalle gambe corte e il naso
gonfio e mi lasciò per strada senza
amicizia e senza soldi, con tanti dolori.
Fu proprio alla stazione che incontrai
l'Arcangelo Gabriele. Era vestito a
lutto e sopra gli occhi teneva un paio
di lenti affumicate dietro a cui le pupille
erano di fuoco. Aveva pure un bell'anello
d'oro al dito e due scarpe lustre e nuove,
che camminando facevano patatrac. Mi innamorai
di botto e caddi ai suoi piedi e gli bagnai
di lagrime la scarpa specchiante e fredda
e lui forse ebbe pena forse amore, mi disse:
chi sei tu bionda sicilia e dove vuoi partire?
Gli detti subito il mio cuore in donazione
ardente e lui, da gran signore, lo buttò via,
sorridendo graziosamente coi suoi cento denti
d'argento. Ma io glielo lasciai e pronta ero a
seguirlo a quattro zampe per tutta l'Italia
il mio arcangelo Gabriele dalle lenti affumicate.
Ci amammo per una notte di gioia in un
albergo accanto a cortei di principi e di
dragoni, con magnolie sul letto e grappoli
d'uva che gli schiacciavo sulle palpebre.
Il mio arcangelo, il mio regale consorte
era ebbro di noia e io deliravo selvaggia
senza pudore né onore sopra un lenzuolo
di anice, astringendo il suo corpo
inviolato e puro come una statua di
cera indurita dal gelo dei miei baci impauriti.
L'indomani mattina era già finito e
l'arcangelo volò nei suoi candori
e io affacciai i miei capelli attorcigliati
perché respirassero un poco al sole,
ma la pace era finita e adesso dopo la
contentezza veniva la tristezza nera.
Solo quell'arcangelo Iddio mi mandò
per assaporare cos'è il fulgore e
poi dannarmi tutta la vita e ricercarlo.
Venni a Roma dietro invito di una
dama altolocata come serviziante a
domicilio e dormii e mangiai tre anni
smarriti di cui ricordo solo il sapore
del rabarbaro contro la costipazione.
Venne un isolano, un cane rognoso, nero
ispido, robusto. Mi seguiva di giorno,
mi aspettava di notte, per mesi e mesi.
Non vedevo che il suo corpo tozzo e le
sue mani da scimmia aspettarmi pazienti.
Mi piaceva di lui che non parlava; mi
guardava soltanto e faceva parlare gli
occhi di lupo affamato e quelle mani nere
che volevano carezzarmi e poi affogarmi.
Quel silenzio mi fece comprendere che
non era un servo del diavolo e neanche
un impostore. Un siciliano come me, senza
talento ma pieno di orgoglio e vendicativo
che aspettava un cenno di Dio per buttarsi
a mangiare carne d'uomo o per placarsi per
sempre come un pesce morto, tranquillissimo
e puzzolente. Con questo barbaro mi sono
unita nella santità del matrimonio per
ubbidienza al Signore senza amore alcuno.
Mi furono regalati: un frigorifero da venti
litri, un comò francese di legno stagionato,
un televisore a tredici pollici, un servizio
di cristalleria di Standa e un letto a due piazze.
Mi fu dato il benservito e pure la buonuscita,
perché ero stata una donna onesta e fiera
e i signori mi tenevano in palmo di mano,
come una figlia. La bocca mia ringraziava
allietata e vana. Solo i capelli miei
piangevano e si coprivano di ragni
polverosi. L'oro dei miei capelli è morto
con questo matrimonio, in una notte sola
di tormento. Il marito mio non accettò
che io ero stata con un altro e mi cacciò
come un cane dentro la strada piovosa.
Camminai, mi ammalai, fui messa in ospedale
e per un mese feci sogni di giardini d'acqua
dove io galleggiavo serenamente mentre che
i miei capelli si riempivano di scintille
e volavano verso l'amore mio il quale avanzava
a passi di cammello. Era vestito a lutto
e portava gli occhiali scuri; lo vedevo
nell'atto di spezzarmi il cuore con due
dita per poi gettarlo via con noncuranza
assassina. Quando mi svegliai nella fleboclisi
mi trovai accanto quel grugno barbaro
di mio marito l'avaro e ci sputai in
faccia per concepimento di odio giusto.
Ma più io l'odiavo e più lui mi amava
e lavorava mattina e sera e notte per
potermi comprare la carne tenera e il
prosciutto di porco giovane e il burro di latte
e il vino di Barbera. Mi lavava i capelli
in una tinozza con le sue lagrime e poi
li asciugava col suo fiato e finché
tornai a fiorire e ingrossare non mi
tormentò mai un istante. Poi nacque il
figlio nostro che si chiama Salvato
perché fu salvato dalla malvagità del
mondo facendogli una fattura di erbe
gialle e fegato di rana e olio santo
poco dopo che nacque sul ventre nudo
di sua madre da una mammana che per
questo si prese otto mila lire sane.
Il marito mio non è cattivo, quando
trova lavoro fa pure il suo dovere e mi
ama veramente come una moglie ma è scontroso
e quando mi vede ridere mi abbastona.
Io credo che morirò presto perché quando
mi hanno aperto il petto hanno trovato
le mie viscere che buttavano boccioli
allegramente e perciò credo che ho
la vita segnata, forse qualche anno forse
di più. Non mi dispiace di lasciate il
figlio e neanche mio marito. Mi dispiace
per il mondo che è profondo e dà
molto da pensare. Mi addolora di portare
questi miei capelli belli dentro una tomba.
Perciò anzi ho pensato di farmeli tagliare
come un soldato e di venderli, forse anche
una diecina di mila lire ne sarei contenta.
L'unico dubbio è: se poi finisce il mondo
e suonano le trombe fiammanti nella
valle di Gerico, potrò andare incontro
al mio arcangelo Gabriele dagli occhiali
affumicati con i capelli rapati a tavolaccio?

Dacia Maraini,Donne mie

Aquest poema és el que vull preparar amb un grupet de xiques de 2n de Batxiller per al recital de març. L'autora, la italiana Dacia Maraini, crec que té molt d'interés. Llegirem, és clar, la traducció al català que va publicar la institució Alfons el Magnànim.

4 comentaris:

Jose Manuel ha dit...

És molt bonic, encara que un poquet llarg, no?
Per cert, que ha passat amb els nostres noms? Hem sigut substituïts per la "Decadència Rural". ¡Fort!
Vaig a llegir el poema de nou i practicar italià. Io me vado a Roma el 23 , yupi! Ciao a tutti, arrivederci.

Juanra ha dit...

Porca miseria!!! Non capito il poema
Bé, algunes coses sí (Maria, Sicilia, Dio...), i això que l'any passat vaig fer un curset amb Sophie d'italià per a principiants (amb Gianpiero, tota una institució del món bloguer).
Sí que és una mica llarg, però crec que Begonya digué que es llegiria per parts per diferents alumnes
arrivederci bambini

Begonya Mezquita ha dit...

Sí, és molt llarg. Crec que seleccionaré algun fragment. No sé. Jose manuel he llevat els noms perquè, de moment crec que més val que no apareguen. Ja es veu quan algú penja un post. Les imatges queden bé. En fi, crec que urgeix reunió bloguera per veure cap on tirem i com volem fer les coses, encara que crec que funciona molt bé últimament, en un ordre caòtic meravellós. No?

Anònim ha dit...

Buenas soy nueva ene sto asi que m eestreno. El poema...¿alguien podría traducirlo o que colgara directamente la traducción al catalán? Más que nada para los que no entendemos ni papa de italiano, ni hemos hecho cursos ni desgraciadamente nos vamos a roma(que envidia me das jose manuel....)....jajaja. También creo que es un poco largo. A ver si me animo y escribo más comentarios. Sonia